Avevo circa trentadue quando in vista delle ferie estive decidemmo con il mio compagno di allora di intraprendere un viaggio negli USA. Niente grattacieli, niente Grande Mela o il sole cocente della Florida con la vivacità di Miami, ciò che a noi interessava in quel momento era un contatto con gli spazi immensi, con l’ambiente e con le meraviglie naturalistiche frutto dei fenomeni geologici, nonché mettersi sulle tracce dei nativi americani e scoprire ogni segreto della loro civiltà.

Il gusto della preparazione del viaggio fu un assaggio del lunghissimo percorso e dei migliaia di kilometri che ci attendevano; scegliemmo un itinerario che coinvolse diversi stati fra cui California, Nevada, Utah, Arizona e Colorado. Atterrammo a San Francisco, dove restammo tre giorni per visitare la metropoli più “europea” delle città americane, con un tessuto urbano “sali scendi” molto particolare e affacciata sulla baia dove, circondata dalle acque dell’oceano Pacifico, sorge l’isola di Alcatraz, sede del penitenziario di massima sicurezza che “ospitò” il gangster più noto della storia d’America, Al Capone. Tre giorni che furono anche l’occasione per rivedere dei cari amici.

Il Golden Gate Bridge, l’imponente opera architettonica simbolo della città di San Francisco.

Lasciata San Francisco, approdammo nel bel mezzo del deserto, a Las Vegas, città degli outlet e della perdizione. Il suo vento caldo era tale da costringere ad andare in giro con un outfit minimal che faceva concorrenza al film Ferie d’agosto. La nostra tabella di marcia prevedeva come prossima destinazione lo Utah; on the way decidemmo di fare una breve quanto piacevole sosta presso un’azienda agricola immersa in un prato verdissimo costellato di alberi da frutto. Il profumo intenso delle mele sugli alberi ci condusse fino al cartello della staccionata che recitava: ”Vuoi le nostre mele? Raccoglile, pesale e poi usa il sacchetto a disposizione e se ti ricordi lascia un’offerta nella cassetta di fianco”. Un po’ increduli per quanto avevamo letto, rimasi stupita della fiducia concessa al prossimo in fatto di mele e possibilità gratuite, procedemmo poi per la nostra vera meta nello Utah, il Parco Nazionale di Zion.

Ad “accoglierci” allo Zion Canyon, un’allegra combriccola di viaggiatori statunitensi dalla chioma candida. Ci riempirono di domande, ci chiesero da dove venissimo e non sapevano neanche dove fosse geograficamente situata la nostra piccola Italia, microscopica per loro, benché nella nostra patriottica percezione pulsi ancora fortemente il Roma caput mundi e si dia per scontato che tutti sappiano dove sia situata. 

Un ranger dai modi un po’ goffi ma mai sgarbati, ci accompagnò nel nostro fantastico hiking nello Zion e a fine giornata ad attenderci nel cottage, un barbuto e folkloristico proprietario facente parte della comunità Amish, un po’ scorbutico aggiungerei.

Andammo a cena nella steak house nei pressi del cottage, il che voleva dire che avremmo dovuto prendere comunque l’auto: negli Stati Uniti tutto è grande, è immenso, tutto è lontano e l’essere umano può fare esperienza del suo reale stato rispetto all’universo, ti senti piccolo piccolo.

Piccolo piccolo come quando ti ritrovi al cospetto del Bryce Canyon, un enorme, spettacolare, anfiteatro punteggiato di pinnacoli, gli hoodoos, originatosi dall’attività erosiva di acque, vento e ghiaccio.

Piccolo piccolo, nel senso fanciullesco questa volta, come quando ti trovi davanti i colori dell’Arizona, un’esplosione di tonalità arcobaleno. A fortuna, nonostante il meteo sfavorevole, riuscii a prenotare un’escursione all’Antelope Canyon, tra le sue sorprendenti forme modellate dagli agenti atmosferici. Terra dei Navajo, qui intraprendemmo un percorso alla scoperta della loro storia e cultura, attraverso paesaggi straordinari, racconti e artigianato.

”Ogni cosa è sacra. ogni cosa vive.Ogni cosa ha una coscienza. ogni cosa ha uno spirito”.

proverbio navajo

Penna e scatti di Elena Rombai

La colonna sonora per esplorare questi luoghi?

simbolo navago

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