Lascia che ti racconti una storia. Anzi, fai finta che sia la tua, per un attimo.

Breve storia di Calle 13 e della mia immensa gratitudine

È il 1980, hai due anni e tua madre si sposa. Si sposa con uno che non è tuo padre, ma capita. Quello con cui si sposa ha già un figlio. Si chiama Eduardo, è nato sei mesi dopo di te, ti sta simpatico. Nel primo momento in cui lo vedi non ci pensi, ma quello, proprio quello, è il momento che ti cambierà la vita. Anche se non ha il tuo cognome, anche se è timido e diffidente, mentre tu sei iperattivo e rumoroso, anche se la sua faccia non ti somiglia per nulla, quello è il momento in cui scopri cosa vuol dire avere un fratello. Non essere mai veramente soli, avere uno specchio in cui guardarti crescere.

Passa del tempo, tra alti e bassi. Tua madre e suo padre si separano (anche questo capita), non vivete più insieme, ma voi rimanete fratelli.

Sei adolescente, turbolento, inquieto, traboccante di energie inespresse che implodono a metà su fogli di carta sparsi, tra disegni, versi scarabocchiati male, ritagli. Eduardo viene a trovarti tutti i pomeriggi, ma per farlo cambia quartiere e prima di entrare nella tua via, ogni giorno viene fermato da una guardia e deve dirgli che è in visita a un residente. Vivi in un posto meraviglioso, baciato dal sole e benedetto dalla brezza dei Caraibi, ma ancora non si è capito se il tuo paese può finalmente appartenere a se stesso o se un gigante coi piedi di piombo vuole strappare la stella della tua bandiera per aggiungerla a quelle della sua. Prima gli spagnoli, poi gli statunitensi: da anni, secoli, gli abitanti autoctoni di Portorico hanno avuto ospiti indesiderati, che troppo spesso hanno fatto come se fossero stati a casa loro. E adesso, in questa fine di secolo, si trova in una specie di limbo politico. Non è uno degli Stati Uniti, ma neanche una nazione indipendente. Ha qualche beneficio, ma molti obblighi. Risponde alla dicitura di Stato Federale Associato, espressione che alcuni definirebbero un eufemismo in sostituzione di colonia. Per questo ci sono le guardie ad ogni incrocio, (pedine di un governo a sua volta pedina di una potenza mondiale come gli U.S.A.), vegliano sui tamburi di ribellione che vibrano sottoterra, che serpeggiano come il vento tra le canne da zucchero, nel loro incessante canto tribale. Le guardie cercano di tenerli sopiti, forse senza neanche troppa convinzione, ma fatto sta. Così Eduardo, a testa alta, ogni giorno, dice “visitante” ed entra nella Calle 13. Purtroppo, anche tutto questo, sulla tua isola, capita.

Nel disordine della tua camera, tuo fratello sembra riuscire a dare un senso a quei mille fogli. Quando tira fuori i suoi suoni dalle tasche e tu ci canti sopra, agitando una mano per aria, accade qualcosa di alchemico. Due pezzi di puzzle si incontrano e combaciano perfettamente. È come un ricordo sinestetico, in cui due sensi si contaminano e ricreano la scena perfetta di qualcosa che una volta ti ha reso felice.

Le cose esplodono in fretta. Un giorno chiedi a vostra sorella (sì, perché lei porta il cognome sia di Eduardo che di tua madre) di cantare alcune parti insieme a te ed è fatta. E’ il 2005. Lei è ancora minorenne.

Primo disco, secondo disco, terzo disco. Disco d’oro, disco di platino, pioggia di Grammy Awards. Siete la band latina più famosa e premiata del mondo, eppure a Portorico non vi conoscono in molti, loro malgrado. Prima la stampa filogovernativa vi ha dato di reggaetoneros, perché evidentemente il vostro ritmo faceva muovere troppe natiche. In realtà l’hanno fatto per distogliere l’attenzione dalle parole che ci cantavi sopra e infatti dopo poco vi hanno pure censurato. Quasi quattro anni di esilio dai palchi musicali dell’isola (però anche tu, te la sei presa col presidente, dai).  Nessuno è profeta in patria, appunto.

Eppure, anche in giro per  il mondo, i tamburi della ribellione continuavano a batterti nelle vene e tu non hai mai smesso di ascoltarli. Nel 2010 esce il quarto album. Contiene quella che tu hai definito la canzone più importante della vostra carriera.

È il 23 Febbraio del 2011. È il tuo compleanno, compi gli anni di Cristo. Siamo in Cile, in uno dei più grandi festival musicali di tutto il Sudamerica e stai per salire sul palco a torso nudo, come sempre. Sulla schiena ti sei fatto scrivere, col pennarello indelebile, Fuerza Mapuche. I tamburi della ribellione vanno in scena. 

«Questa canzone per me è molto, molto importante. Alcuni versi del testo li ho scritti qui in Cile. Qui ho visto delle stelle così belle, che non ne avete un’idea. Quando ero lassù, i versi mi sono usciti così, gratis».

Davanti a decine di migliaia di spettatori, gli Inti-Illimani, storico gruppo musicale cileno, suonano con voi le prime note del pezzo.

«Questo brano si chiama Latinoamérica. L’ho scritto pensando all’ America Latina, pensando a tutti i ragazzi che adesso stanno studiando. L’istruzione è la nostra nuova rivoluzione. Non è il fucile, non è la violenza, è l’istruzione. Questo è il messaggio che voglio che tutto il mondo ascolti. Lo dico nel giorno in cui sono nato, uno dei più importanti della mia vita, quando mia madre ha partorito. E ve lo dedico con tutto il cuore».

Dicembre 2019. Firenze.

Esattamente un anno fa, stavo proprio come ora davanti al computer, con una decina di schede web aperte e con un concerto di Calle 13 in sottofondo. Invece che scrivere un articolo però, organizzavo il mio viaggio in Perù, la mia prima volta in Sudamerica. Studiavo contemporaneamente l’itinerario di un trekking sulle Ande e un soggiorno sul Lago Titicaca, cercavo informazioni sui vaccini obbligatori per la foresta amazzonica e guardavo le foto del deserto di Nazca. Mi sembrava di sognare, mentre la voce di René Perez Joglar, il Residente, mi raccontava tutte queste cose dal festival di Viña del Mar 2011, su Youtube.

«Sono un paesino nascosto sulla cima, la mia pelle è di cuoio e resiste a qualunque clima. Sono il progresso fatto di carne viva, sono un discorso politico senza saliva. Sono quello che sostiene la mia bandiera, la spina dorsale del pianeta è la mia Cordigliera. Sono ciò che mi ha insegnato mio padre: chi non ama la sua terra, non ama sua madre. Sono l’America Latina, un popolo senza gambe, che però cammina».

Dieci anni di carriera, cinque dischi. Come grandi campioni dello sport, i Calle 13 si sono ritirati a carriere soliste nel momento di massimo splendore. Non li vedrò mai dal vivo, non potrò mai dimostrare la mia gratitudine se non continuando a consumare quei cinque dischi ancora e ancora.

Però ho la certezza, inoppugnabile, che senza i versi di René, i suoni di Eduardo e la voce di ILe, il mio viaggio, il mio cammino, non sarebbe mai stato lo stesso.

 

Penna e scatti di Valentina Duca

 

La colonna sonora per andare oltre le righe?

 

simbolo navago

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