Una smisurata preghiera fatta coi piedi.

Sono la pecora, sono la vacca, che agli animali si vuol giocare. Faber entra con la gamba tesa dai versi di sillabe arroganti, scavalcandomi le sinapsi del cervello da un orecchio all’altro, con la sua voce ferma e decisa. Come un sole beffardo ai primi di gennaio, arrivato dopo giorni e giorni di pioggia buia. In questa domenica mattina schiaccio play e vado a salvarmi l’anima camminando nella mota. Sotto le ciglia di questi alberi, nel chiaroscuro dove son nato, che l’orizzonte prima del cielo era lo sguardo di mia madre.

Familiare come una vecchia foto che esce da un cassetto all’improvviso, questo disco mi allontana dall’abitazione dei miei genitori attraverso corridoi d’asfalto, per portarmi in cima a quella collina dietro casa che ho sempre e solo guardato dalla finestra. Ascolto come se fosse la prima volta, cammino lungo un sentiero che fino ad ora avevo solo osservato da lontano. È una storia di storie, una raccolta di cammini di disperati simili a me, che mi faccio la mia ora d’aria al sole incerto di questo inverno grigio.

Poi il cuore rallenta, la testa cammina, ho trovato l’inizio del sentiero, anche se un cartello dice “proprietà privata, divieto assoluto di accesso”. Passo di fianco alla sbarra, incomincio a salire. Sospinta dagli arrangiamenti di archi e dalla voce stregata di Khorakanè, volo. Per la stessa ragione del vento: viaggiare.

Che bell’inganno sei, anima mia, che bello il mio tempo, che bella compagnia. Sono giorni di finestre adornate, canti di stagione, anime salve in terra e in mare. Ripenso ai fantasmi dei miei natali passati, intanto che mi allontano dalle ultime case che ancora lampeggiano di decorazioni, lasciate lì come bicchieri vuoti e bucce di mandarino sulla tavola, alla fine di un pranzo di famiglia. A ogni passo mi lascio indietro un ricordo, senza rancore. Sono grata della mia benedetta solitudine, che mi concede immensi spazi di interpretazione. Con un impercettibile sorriso guardo gli arbusti davanti a me, tra cui mi apro un varco a mani nude. E pensando a questo nuovo anno, ignoto, mi sono visto che ridevo, mi sono visto di spalle che partivo.

Mi rammento che l’amore ha l’amore come solo argomento e che in fondo tutto il resto non ha molto peso. È un amore universale che mi trapassa, che trascende qualsiasi affanno del respiro e qualsiasi accenno di scoramento. È dentro di me ma soprattutto intorno, come la nebbia che attraverso e il vento che attraversa il mio passo. E non mi manca assolutamente nulla.

In mare c’è una fortuna venuta dall’oriente, che tutti l’hanno vista e nessuno la prende. Così mi sento io a piede libero tra la boscaglia, e nella vita. Così mi sembra che mi rassomigli questa collina, che tutti la guardano dalla finestra, nel brillio delle luci natalizie e nessuno va a prendersi la croce in vetta.

Intanto io continuo la salita a ritmo di bestia da soma, mentre in lontananza, fuori dalle cuffie, qualche sparuta campana mi ricorda che è domenica. Penso a chi sta entrando in una chiesa, proprio in questo momento, mentre io sconto il mio personale pellegrinaggio di pensiero, la mia omelia privata di considerazioni sull’esistenza. Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa, questa gente divisa, questa storia sospesa…e per tutti il dolore degli altri è dolore a metà. Ormai persa in congetture altissime, penso che basterebbe un briciolo di empatia per evitare tante guerre. Ma riporto subito lo sguardo a terra, che bisogna restare umili, non inciampare nelle radici, non scivolare nel fango.

Una parentesi di tamburi e parole incomprensibili mi riporta nei meandri della cultura popolare, dove ogni dialetto è lecito, onorabile e sacro, come un linguaggio in codice. Anche se questa lingua non è la mia, mi lascio trasportare da una parola compresa di tanto in tanto, da una reminiscenza di traduzione che ne feci anni fa. Ricordo la storia di un futuro sposo che parla al padre della sua donna: vengo con il cuore malato di una passione come non ce n’è. Così continuo la salita, con la stessa malattia, la stessa passione, mentre mi assaporo questa perla nascosta del maestro.

Mastica e sputa, prima che venga neve. Dai, che alla croce mancano pochi metri. Mastica e sputa, dividi il miele dalla cera, il bene dal male, i ricordi che ti hanno fatto crescere da quelli che ti zavorrano l’anima. Tieni nello zaino solo le cose veramente essenziali. Prima che venga neve, prima che il sole di questa domenica si spenga. O almeno prima di arrivare in cima.

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi, per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Eccotela davanti, quella croce che stamattina a colazione guardavi dalla finestra. È proprio quella stessa minuscola croce che vedevi in lontananza sul profilo della collina, cercando di distinguerla tra i tralicci dell’elettricità e gli alberi sbattuti dal vento. Ora ci sei davanti, ci sei in mezzo a quel piccolo spiazzo che da sotto tutti chiamano “cima”. Il vento quasi ti spazza via, a ricordarti che sei di passaggio, che niente di ciò che conosci è eterno o almeno niente è fermo, e continuamente muta, come le nuvole. E così la tua fame di arrampicare il sentiero dissestato, adesso che sei qui, come d’incanto, è svanita. Giusto il tempo di prendere un respiro, girare su te stesso nel vento, farti abbracciare la vista dal panorama. Ringraziare.

Poi torni giù, a vivere una tranquilla prima domenica dell’anno.

 

Penna, vibrazioni e scatti di Valentina Duca

 

La colonna sonora per raggiungere la Croce di Poggio Castiglioni in Calvana?

 

simbolo navago

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