Di viaggi mancati, viaggi mancanti e consigli musicali per esplorare lo spazio tra il tacco e la punta.

Avevo preso una decisione. La regola era semplice: nessuna distrazione, solo lavoro a ritmi massimi per dieci mesi l’anno, un mese di riposo e infine un mese in viaggio. Ogni anno, quando arriva l’inverno e il lavoro cala, fare come gli uccelli, migrare verso paesi più caldi o ad altre latitudini del Mediterraneo. Questo era il mio patto con me stessa, per riscattare tutti gli anni di post adolescenza in cui avrei tanto voluto girare il mondo, ma, a dispetto di coraggio e incoscienza che abbondavano, non avevo le risorse economiche per farlo. Questo era dunque il piano: conquistare il Sudamerica pezzo per pezzo, un paese alla volta, una o due volte l’anno.

Poi all’improvviso, esattamente un anno fa, il pianeta intero si è congelato. Siamo rimasti tutti in sospeso, pietrificati nella posizione in cui siamo stati colti di sorpresa, bloccati come mosche sotto un bicchiere. Voglio celebrare l’anniversario di quel momento, perché ciò che non uccide, sicuramente scalfisce, ma a volte fortifica. Voglio santificare il fatto che in un modo o nell’altro, tra continui cambi di programma, siamo sopravvissuti. Anzi, personalmente, mi sento di dire che molto più che sopravvivere, io ho desiderato vivere.

Un anno fa, appena rientrata dal Perù, sono andata in libreria e ho comprato una guida del Messico. Siccome mi si prospettava un periodo particolarmente proficuo a lavoro, avevo già deciso che entro la primavera 2021 avrei messo la bandierina su Messico e Argentina (questo pensiero ora mi provoca un sorriso beffardo, agrodolce, autoironico: nella vita davvero non si può mai sapere). Non mi sono resa conto subito della portata degli eventi che si sarebbero susseguiti nei mesi successivi ed ho continuato per qualche settimana ad accarezzare l’idea di pittarmi il viso in Messico per il Día de los Muertos, poi a un certo punto è arrivato il momento di guardare in faccia la realtà e sfoderare un piano B.

Leggendo un saggio di Rodolphe Christin sul turismo di massa, una frase in particolare mi ha attraversato il cervello inducendomi profonde riflessioni: “che ci vado a fare da un’altra parte, se ancora non conosco tutti i sassi del mio villaggio?”.

Considerato che viviamo in un mondo globalizzato, nella mia testa quel “mio villaggio” ha immediatamente assunto la forma di un puntuto stivale e l’idea di esplorarne angoli che ignoravo, cambiando il ritmo del viaggio da volo intercontinentale a passo d’uomo, è riuscita a placare momentaneamente le mie mire colonialistiche. Come sempre, la pianificazione è partita da un quadernetto, una penna, una mappa cartacea e soprattutto dalla creazione di una playlist musicale. In una notte di metà aprile, quasi al culmine della reclusione, sono scappata con la testa in luoghi lontani, secchi, aspri. Posti scoscesi, a strapiombo, frastagliati, ancora selvaggi o abbandonati, afosi, in cui si capisce il vero significato della parola meriggio.

Guardando la carta, sapevo che quello di cui andavo in cerca, quello che mi avevano raccontato mille volte, avrei potuto trovarlo solo laggiù in fondo allo stivale, nello spazio compreso tra il tacco e la punta. Le stesse parti del corpo che servono a camminare, a mettere un passo davanti all’altro senza perdere l’equilibrio. Ho attinto dai ricordi, dai racconti, dai libri e da vecchi progetti che non avevo mai realizzato per dare priorità al lavoro.

Spostando il focus dal Sud America al mezzogiorno italiano, la parola è arrivata come un’epifania. Creo una nuova playlist su Spotify e al cursore lampeggiante che mi domanda ragioni rispondo: Sudanima. Ci butto dentro tutta la musica creata da Napoli in giù che mi venga in mente, che mi ricordi qualcosa o che mi faccia immaginare cose che ancora non conosco. In quel semplice neologismo c’è tutto quello che stavo cercando: c’è un Sud da conquistare (più piccolo forse, ma ugualmente selvatico e intrigante), c’è anima, molta anima da guarire, rinfrancare, fortificare. C’è pure un imperativo richiamo a quella cosa che per qualche strana ragione mi è sempre risultata abbastanza difficile: suda. Avevo tanta voglia di sudare, di espellere dai pori tutte le tossine dei pensieri negativi, di andare a versare le mie droplets su qualche sentiero non troppo battuto, lontano da tutto e da tutti, senza rischi per nessuno, annusando quel particolare odore di terra che solo le temperature estive sanno restituire ai sensi.

E’ stato così che il mio piano B è diventato una meravigliosa avventura, sostituendo degnissimamente il mese di esplorazioni esotiche che ogni anno mi riservo. Si è scoperchiato un mondo sommerso, di cui ho esplorato appena la superficie e che mi ha lasciato con la voglia di tornare ancora e ancora, per coglierne sempre un significato diverso.

Ora, un anno dopo, il “mio villaggio” si è ristretto ulteriormente, ancora per un po’ osserveremo i confini regionali. Quello che era il rimpiazzo del mio viaggio mancato in Sud America, adesso è un viaggio mancante, che già vorrei intraprendere di nuovo e che fa sentire forte il suo richiamo e la nostalgia dei suoi luoghi. Ci troviamo per l’ennesima volta a ripianificare il percorso, ma non importa, le cose del microcosmo non valgono meno di quelle del macrocosmo, anzi. Vorrà dire che di nuovo imparerò a conoscere tutti i sassi del mio villaggio, ad amarli e, come da decennale abitudine, ogni tanto raccoglierli a testimonianza di vita vissuta e non sopravvissuta.

Nel frattempo, ogni tanto, schiaccio play e fuggo nel miraggio di un meriggio.

Penna, vibrazioni e scatti di Valentina Duca

 

La colonna sonora Sudanima

simbolo navago

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